Note generali sul DPM 68 tropical




Fino alla metà degli anni ‘60, la tenuta da combattimento delle Forze armate britanniche per climi tropicali fu rappresentata da una semplice shirt e un paio di pantaloni in cotone verde oliva, a cui si aggiungeva un bush hat di identico colore in sostituzione del copricapo d’ordinanza di ogni singolo reparto.
Con questa uniforme, ereditata senza troppi cambiamenti da quella in uso durante la seconda Guerra Mondiale, erano state affrontate le campagne in Malaya/Malaysia (1948-1960) e nel Borneo (1962-1966).
La decisione di introdurre in servizio un’uniforme continentale policroma comportò l’adozione di un modello analogo anche per il sud-est asiatico, in particolare una versione adatta alle operazioni nella jungla: lo schema a 4 colori rimase lo stesso ma la tonalità si presentava decisamente più accesa e dominata dal color giallo.
Cambiò invece radicalmente il tessuto, in quanto il misto cotone/sintetico garantiva resistenza e leggerezza uniti ad una sensibile rapidità nell’asciugarsi, caratteristica fondamentale in un habitat perennemente umido. La morbidezza della stoffa aiutava inoltre a prevenire sfregamenti e irritazioni della pelle, già pesantemente provata in un ambiente così duro ed ostile.
La tenuta Pattern DPM Tropical (tenuta n. 9), composta da jacket, trousers e bush hat cominciò ad essere distribuita in via sperimentale nel 1966 e divenne, negli anni a seguire, l’uniforme standard da combattimento per climi umidi (anche se, per vedere il definitivo abbandono della precedente tenuta verde oliva bisognerà aspettare, in qualche caso, anche la metà degli anni ’70).
Nonostante la successiva sostituzione (a partire dagli anni ’80), questa mimetica ha continuato ad essere molto apprezzata, soprattutto per l’ottimo materiale con cui veniva realizzata: amata dai veterani, alcuni anni fa’ ne è stato addirittura prodotto un lotto a tiratura limitata, fedele in tutto e per tutto alle specifiche dell’originale.


Jacket Combat Tropical




Questo capo, di fattura estremamente semplice, è sostanzialmente una shirt e come tale è spesso definito. Lo caratterizzano due tasche pettorali a soffietto di dimensioni relativamente contenute (16x17 cm), inclinate verso l’interno e chiuse da una patta rettangolare con bottone. Quest’ultimo, con i suoi 1,7 centimetri di diametro e 4 fori, presenta un caratteristico color verde oliva chiaro e un incavo nel centro al fine, presumibilmente, di preservare i fili da usura e sfregamento.
Per chiudere l’apertura anteriore si utilizza una cerniera dai denti in plastica e un solo cursore che corre verticalmente lungo due terzi del fronte; a proteggerla, una patta a tutta altezza fermata da 6 bottoni con un settimo sul risvolto del colletto: in questo modo è possibile mantenerlo in posizione sollevata.
Bottoni anche per le spalline e per la chiusura regolabile (due posizioni) dei polsini.
Una tasca portapenne aperta, leggermente orientata sul davanti, è posta sulla manica sinistra; è provvista di 5 alloggiamenti piuttosto stretti pressoché identici tra loro.





Una stringa di stoffa, fissata all’interno, sul retro, all’altezza del collo, consente agevolmente di appendere il capoquando necessario.
L’etichetta, in tessuto verde scuro, è cucita in basso, internamente al risvolto destro della shirt: reca solitamente la denominazione ufficiale del capo (Jackets Combat Tropical), un numero seriale forse antenato dell’ NSN e la taglia espressa nella numerazione utilizzata all’epoca. Seguono il nome del fabbricante, una serie di codici legati probabilmente al lotto di produzione, uno spazio riservato a nome e matricola dell’utilizzatore e sintetiche istruzioni per lavaggio e stiratura.




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Trousers Combat Tropical



Simili nell’impostazione generale a quelli della tenuta continentale, i tropical combat trousers sono dotati di due cargo pocket (20x24 cm) a soffietto poste sulle cosce e, posteriormente, sulla destra, di un’altra tasca piatta; ciascuna, per esser chiusa, presenta la solita patta rettangolare ed il relativo bottone. Ad altre 2 tasche, una per lato, si accede tramite aperture diagonali all’altezza dei fianchi.
La cerniera frontale, in plastica, è protetta da una patta a 5 bottoni.





Sempre 5 sono i larghi passanti abbottonati che consentono di cingere la vita con un cinturone. Due fettucce orizzontali, poste di lato sul girovita consentono di calibrare ancora meglio la misura standard: due le posizioni, proprio come avviene per i Man’s Combat Trousers continentali.
Un ulteriore accorgimento è costituito da un cordone piatto che scorre in una cavità ricavata nel girovita: le due estremità vengono annodate sul davanti, a mo’ di cintura.
Un laccio inserito nell’orlo inferiore dei pantaloni consente di stringerli alla caviglia.
Toppe interne in tessuto sono fissate in corrispondenza dei punti soggetti a sforzo laddove (ad esempio bottoni e patte) un ancoraggio ad un unico strato di stoffa potrebbe portare a rovinosi strappi.
L’etichetta è posta all’interno, dietro a sinistra, appena sotto il girovita. reca solitamente la denominazione ufficiale del capo (Trousers Combat Tropical), un numero seriale forse antenato dell’ NSN e la taglia espressa nella numerazione utilizzata all’epoca. Seguono il nome del fabbricante, una serie di codici legati probabilmente al lotto di produzione, uno spazio riservato a nome e matricola dell’utilizzatore e sintetiche istruzioni per lavaggio e stiratura.



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Bush hat



Il bush hat in DPM 68 è sostanzialmente la versione in tessuto mimetico di quello utilizzato nella giungla già negli anni ‘50.
E’ costituito da una larga tesa circolare formata da diversi strati di tessuto, rinforzata ed irrigidita da cuciture spiraliformi; il corpo del bush hat, in tessuto doppio, è curiosamente alto e in corrispondenza della sua base corre una striscia di stoffa impuntata a intervalli regolati destinata ad inserire materiale utile al mascheramento. Appena al di sopra della stessa sono 4 fori di ventilazione circolari (2 per parte) protetti da griglie in metallo a maglia molto fitta.
All’interno, una per lato, 2 fettucce munite di occhielli metallici consentono di fissare un sottogola in paracord.



Sembrano esistere due diverse tipologie di etichettatura del capo. Alcuni esemplari infatti, forse più datati, presentano un’etichetta di stoffa lucida, color verde smeraldo, cucita all’interno della fascia centrale, recante la taglia espressa nella numerazione utilizzata all’epoca, un numero seriale forse antenato dell’ NSN , il nome del fabbricante e una serie di codici legati probabilmente al lotto di produzione. Le istruzioni per il lavaggio sono riportate su una fettuccia fissata alla cucitura tra fascia e sommità del cappello.
Altri esemplari sono invece caratterizzati dalla presenza di un’unica etichetta di forma pressoché quadrata, in stoffa verde oliva o verde pallido, recante tutti i dati sopra indicati e la taglia espressa nel sistema metrico.





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Brevi note integrative



Esattamente come la versione continentale, anche quella tropicale del DPM 68 fu oggetto di “personalizzazione”: da parte dei produttori e, soprattutto, da parte dei militari che la ricevevano.
Per quanto riguarda lo schema mimetico, si segnalano lotti in cui il pattern anziché dal giallo, è marcatamente dominato dal verde con le macchie sabbia e marroni molto più scure del normale. Ancora, le macchie nere tendono a perdere il bordo diradato in una sorta di “pallinatura”.
Se i pantaloni non furono mai, sostanzialmente, oggetto di modifiche “campali”, non altrettanto può dirsi delle shirt: in alcuni casi il portapenne veniva staccato dalla manica sinistra, privato delle cuciture, accorciato e cucito sulla parte anteriore del capo, diventando così una pratica tasca porta-bussola.
Altre volte una delle spalline veniva staccata e riposizionata frontalmente, nel tentativo di aggiornare ad una sorta di “standard S 95” un capo ritenuto validissimo ma ormai fuori ordinanza.



Ignoti sono invece i motivi che possono aver portato alcuni a privare della cerniera la propria shirt, affidandone la chiusura ai soli bottoni: zip danneggiata e non sostituita una volta tolta o praticità e comodità (se non anche il disagio per un contatto tra zip e pelle, data l’abitudine ad indossarla senza una t-shirt sotto)? Fatto sta che in molti esemplari, appartenenti a lotti produttivi meno recenti, sono caratterizzati dalla presenza di una seconda patta interna, quasi in risposta a condivisibili lamentele della truppa.



Per quanto attiene al bush hat, come già era successo per la versione precedente, gli utilizzatori si sbizzarrirono soprattutto con la tesa, ora privandola del bordo e sfrangiandola, ora riducendola di oltre metà oppure rimuovendola tutta salvo la parte frontale. Non risulta invece che modifiche al corpo del copricapo abbiano riguardato la sua altezza: ciò avverrà solo degli anni ’90.
A livello generale, è interessante notare come questa versione della DPM vedesse un impiego anche fuori dell’ambiente prettamente tropicale: la rapidità con cui asciugava la resero popolare anche in aree temperate e, in particolare i pantaloni, fecero la propria comparsa anche nelle aree di addestramento europee fino in Norvegia. Lassù, però, se ne consigliava l’uso solo con una tuta termica sotto ed un liner (detto anche Mao suit) sopra, onde evitare il sudore gelasse addosso con conseguente perdita di temperatura.
Di contro, la presenza di fibre sintetiche portò al divieto categorico di utilizzo nell’Irlanda del Nord: in un teatro d’operazioni caratterizzato dall’uso costante di bottiglie molotov e incendi frequenti, un tessuto che prendesse fuoco, si attaccasse alla pelle, e continuasse a bruciare, avrebbe reso le ustioni devastanti e più difficili da curare.